Docente accoltellata, Daniele Novara: il dibattito sulla sicurezza scolastica si è riacceso dopo l’accoltellamento di una docente a Trescore Balneario.
Daniele Novara, pedagogista e direttore del CPP, critica le risposte solo punitive.
Secondo lui, le misure repressive peggiorano la situazione quando restano l’unico intervento.
La scuola deve insegnare la gestione dei conflitti a scuola, evitando che l’istituto diventi una “rieducazione carceraria”.
Come evitare la militarizzazione e proteggere la comunità educante dopo un caso di violenza
- Condanna senza ambiguità la violenza: non è “educazione”, è un fatto grave che va contrastato.
- Non ridurre tutto a un singolo episodio: la diffusione di coltelli tra i giovani segnala un problema più ampio.
- Riposiziona la risposta: sospensioni e restrizioni, se sole, rischiano di far salire la tensione.
- Metti insieme sicurezza ed educazione: protezione immediata sì, ma con prevenzione costruita ogni giorno.
- Evita la militarizzazione: sorveglianza e controllo esterno non sostituiscono la relazione educativa.
- Allena la competenza conflittuale: saper stare nelle divergenze senza minacciare o colpire è un obiettivo didattico.
- Forma gli adulti su de-escalation e comunicazione: procedure senza competenze non fermano l’escalation.
- Costruisci spazi di ascolto: mediazione e confronto prima dello scatto riducono le occasioni di violenza.
Confini operativi: sicurezza immediata e prevenzione educativa
La proposta di Novara non toglie spazio alle procedure di emergenza.
La scuola resta tenuta alle comunicazioni e alle segnalazioni previste localmente.
Il focus è sulla fase successiva: costruire capacità di gestione dei conflitti nella quotidianità.
Quando deterrenza e controllo dominano, la scuola rischia la “rieducazione carceraria”.
Azioni pratiche: piano operativo per insegnare la gestione dei conflitti (docenti e ATA)
Novara lavora nel CPP, il Centro Psicopedagogico per la Pace e la Gestione dei Conflitti.
Per lui, la risposta corretta parte dall’educazione alle competenze e arriva alla sanzione quando serve.
L’obiettivo è ridurre l’escalation, non creare un clima di guerra.
Dopo un episodio grave, prima di tutto va messa in sicurezza la comunità.
Attiva i protocolli interni e gestisci il rientro di docente e personale coinvolto.
Prevedi anche uno spazio di ascolto per elaborare tensioni e paure.
Sui metal detector a scuola, Novara invita alla prudenza: un controllo non allena la risposta emotiva.
La prevenzione richiede esercizi di comunicazione e regole condivise, non solo screening.
In parallelo, ricalibra didattica e valutazione: zaini più pesanti e pressioni crescono lo stress.
- Ricostruisci l’evento e attiva il protocollo interno: prima la sicurezza, poi le comunicazioni necessarie. Evita comunicazioni “a sentimento”: usa fatti verificati e ruoli assegnati.
- Rileva i segnali che hanno preceduto la violenza: escalation verbali, isolamento, cambi di comportamento, oggetti pericolosi. Interpreta i segnali con il team, evitando etichette sul singolo studente.
- Crea un team con ruoli chiari: dirigente, referenti, docenti coinvolti e supporti disponibili. Stabilisci tempi di intervento e canali di contatto per studenti, famiglie e territorio.
- Allena la competenza conflittuale con percorsi strutturati: negoziazione, role-play, mediazione tra pari, gestione della rabbia. Collega le attività a un lessico comune: “pausa”, “ascolto”, “riparazione”, “accordo”.
- Standardizza gli interventi di de-escalation: tono neutro, richiami non umilianti, pause operative e rientro guidato. Dai indicazioni anche all’ATA, per evitare risposte diverse nello stesso corridoio.
- Coinvolgi famiglie e servizi territoriali con obiettivi condivisi: continuità educativa e supporto specialistico quando necessario. Definisci cosa cambia a casa e cosa cambia a scuola, con incontri brevi e documentati.
- Monitora gli esiti nel tempo: clima di classe, numero di tensioni critiche, qualità dei rapporti e percezione di sicurezza. Aggiusta il percorso in base ai dati, non alle emozioni del momento.
Questa è la differenza tra controllo e educazione: il controllo riduce il rischio, l’educazione costruisce la capacità di non ripetere.
Tre regole minime per evitare che il conflitto scaldi la giornata:
- Una frase per fermare l’escalation: tono calmo e richiesta di pausa.
- Uno spazio per rientrare: tempo breve, non isolamento punitivo.
- Un passaggio per la riparazione: restituzione, scuse guidate e accordi di classe.
Requisiti che rendono sostenibile il lavoro sulla competenza conflittuale:
- Un regolamento chiaro sugli interventi e sulla riparazione, non solo sulle sanzioni.
- Una formazione periodica per docenti e ATA su comunicazione e gestione dell’ira.
- Spazi dedicati all’ascolto e alla mediazione tra pari.
- Un referente per coordinare con famiglie e servizi quando la tensione cresce.
Sanzionare senza educare non basta, secondo la logica di Novara.
- Non etichettare il ragazzo: collega la sanzione a compiti di riparazione e a un percorso.
- Prevedi follow-up entro alcune settimane: verifica comportamenti e rinforza strategie, non solo “chiudi il caso”.
- Usa la responsabilità: coinvolgi studente e classe nella ricostruzione e negli accordi per il futuro.
- Meno escalation improvvise e più prevedibilità degli interventi.
- Più rispetto tra pari e tra studenti e insegnanti.
- Più fiducia nella scuola come comunità educante, non come luogo di controllo.
- Non delegare la prevenzione solo a controlli o a sospensioni.
- Non usare l’aula come “stanza di punizione”: serve un rientro educativo e guidato.
- Non ridurre la scuola a contenuti e valutazioni: riporta al centro le relazioni e le abilità sociali.
Se un istituto vuole riallinearsi alla visione di Novara, può partire da subito.
Definisci criteri comuni di intervento e inserisci attività di gestione dei conflitti nel curricolo e nei progetti di classe.
FAQs
Docente accoltellata, Daniele Novara: gestione dei conflitti a scuola e stop “rieducazione carceraria”
Le misure repressive peggiorano la situazione quando sono l'unico intervento; la scuola deve insegnare la gestione dei conflitti e non diventare un luogo di rieducazione carceraria.
Promuovendo l’educazione alle competenze sociali, la mediazione tra pari, programmi di de-escalation e una formazione mirata del personale; spazi di ascolto e confronto frequenti.
Attivare i protocolli interni, mettere in sicurezza la comunità, gestire il rientro di docenti e personale coinvolto, e offrire uno spazio di ascolto per elaborare tensioni e paure.
La sorveglianza esterna non sostituisce la relazione educativa: sicurezza e protezione vanno insieme a un approccio educativo centrato sulle relazioni e la gestione dei conflitti.