Chi: studenti, ricercatori, docenti e cittadini interessati al futuro dell’istruzione superiore;
Cosa: analisi delle scelte politiche di diminuzione dei fondi e precarizzazione del personale universitario;
Quando: scenario presente e prevedibile nei prossimi anni;
Dove: Italia e Europa, con riflessi anche a livello globale;
Perché: comprendere come definanziamento e precarizzazione siano scelte strategiche che influenzano la qualità della ricerca e dell’istruzione.
Il quadro generale delle università italiane e europee
Lo stato delle università italiane rispecchia quello della scuola pubblica, segnate da continui tagli di fondi pubblici che aumentano la precarietà del personale e rendono più difficile l’accesso alla docenza accademica. Questi tagli, giustificati come strategie di risparmio, hanno effetti devastanti sulla qualità dell'insegnamento e della ricerca. La precarizzazione di massa del lavoro accademico, infatti, non solo compromette la produzione scientifica, ma indebolisce anche le difese della democrazia attraverso la diminuzione della partecipazione qualificata.
A livello europeo, l’attenzione ai fondi destinati alla ricerca pubblica è calata sensibilmente negli ultimi anni. L’Italia si distingue come leader tra i paesi europei nella riduzione degli investimenti, in un contesto in cui il Consiglio Europeo propone di tagliare centinaia di miliardi destinati allo sviluppo e alla ricerca. Francia e altri paesi cercano di recuperare risorse attraverso nuove tassazioni, ma i settori strategici come l’educazione e l’innovazione continuano a subire ingenti tagli, nonostante le dichiarazioni politiche di supporto alla ricerca avanzata.
La posizione delle destre di estrema destra
Secondo un'analisi pubblicata su *Nature*, la crescita di partiti di estrema destra nei governi europei e negli Stati Uniti si traduce in una diminuzione sostanziale dei budget della ricerca. Questi gruppi politici, spesso più focalizzati su temi di immigrazione e sicurezza, mostrano scarso interesse per lo sviluppo scientifico e culturale, considerando la tutela di queste aree come secondaria ai loro obiettivi politici.
Le conseguenze di tali politiche sulla scienza e la cultura
La marginalizzazione del settore della ricerca pubblica a livello globale riduce le possibilità di innovazione e di crescita sostenibile. La diminuzione dei fondi e la precarizzazione del personale riducono la qualità e l’affidabilità delle attività scientifiche, danneggiando il progresso e il ruolo dell’Università come motore di sviluppo culturale ed economico.
La situazione in Italia: precarietà e riforme
In Italia, il settore universitario vive una crisi accentuata dalla precarizzazione del personale e dalla mancanza di risorse strutturali. La legge nota come "Bernini" (disegno di legge 1240) e la conclusione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) hanno peggiorato ulteriormente le condizioni di stabilità, protraendo la precarietà dei ricercatori fino a 14 anni e riducendo drasticamente i contratti di nuovo reclutamento.
Per il 2026, le proiezioni indicano un taglio del 25% nel ricambio del personale accademico: per ogni 10 pensionamenti, ne verranno assunti circa 7,5 ricercatori, portando i contratti attivi da circa 35.000 a meno di 15.000, compromettendo così la sostenibilità del sistema di ricerca.
Le implicazioni di questa crisi
La mancanza di investimenti adeguati obbliga il sistema universitario a una precarizzazione strutturale, rendendo difficile il reclutamento di giovani ricercatori e il mantenimento di figure di alto livello. Questo scenario rischia di indebolire la competitività e la capacità innovativa del settore pubblico.
Le proteste e le mobilitazioni
Numerose manifestazioni e scioperi sono state organizzate in Italia da ricercatori e personale precario che chiedono maggiori risorse e stabilità. L’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca ha promosso mobilitazioni coinvolgendo anche i ricercatori del CNR, il principale ente di ricerca pubblico, che sottolineano come il capitale umano sia fondamentale per la competitività internazionale del sistema di ricerca.
Tuttavia, i finanziamenti insufficienti continuano a mantenere il precariato come condizione strutturale, anziché temporanea, compromettendo la qualità e l’efficacia della ricerca.
La natura politica delle scelte di finanziamento
Le decisioni di ridurre le risorse destinate all’Università, alla ricerca e alla cultura non sono frutto di casualità, ma sono il risultato di scelte politiche e ideologiche basate sul neoliberismo. Questa prospettiva considera la spesa pubblica un onere superfluo, favorendo una riduzione dello Stato e un’accresciuta influenza del mercato e della finanza, a discapito di settori fondamentali come l’istruzione e la ricerca.
Il ruolo dell’ideologia neoliberista
Il neoliberismo promuove l’idea che l’efficienza del mercato possa sostituire il ruolo dello Stato nell’erogazione di servizi pubblici, con conseguenze nefaste sulla qualità del sapere e dell’innovazione. La diminuzione dei fondi pubblici, quindi, si traduce in un impoverimento di un settore strategico per la crescita sostenibile del Paese.
Conclusione
Il ridimensionamento delle risorse destinate all’istruzione superiore, alla ricerca e alla cultura rappresenta una scelta politica che mina la crescita, la competitività e la coesione sociale del Paese. Il futuro dell’università italiana dipende dall’impegno collettivo a invertire questa tendenza, valorizzando un investimento pubblico stabile e mirato a sostenere il sapere, l’innovazione e la formazione di capitale umano qualificato.
FAQs
L’Università come la Scuola: le Politiche di Definanziamento e Precarizzazione del Personale
Il definanziamento rispecchia scelte politiche di riduzione del ruolo dello Stato e di favorire il mercato, favorendo politiche neoliberiste che compromettono la qualità dell’istruzione e della ricerca.
La precarizzazione deriva da scelte di ridurre i finanziamenti e di limitare il reclutamento stabile, favorendo contratti a termine e mancanza di risorse strutturali, come definto dalle leggi di riforma e dal PNRR.
L’ideologia neoliberista promuove la riduzione della spesa pubblica e la convinzione che il mercato possa sostituire lo Stato, contribuendo alla diminuzione dei fondi e alla precarizzazione del personale universitario.
La diminuzione dei fondi e la precarizzazione riducono la produzione scientifica, indeboliscono il ruolo dell’università come motore di sviluppo culturale ed economico, e compromettendo la qualità dell’istruzione.
Il sistema vive una crisi caratterizzata da prolungata precarietà, con il rischio di ridurre drasticamente il ricambio generazionale e compromettere la sostenibilità a lungo termine.
Le mobilitazioni sono una risposta alle scelte politiche di tagli e precarizzazione, che limitano i diritti dei ricercatori e compromettano la qualità della ricerca pubblica.
Le scelte di ridurre le risorse aumentano le disparità sociali e rischiano di indebolire la vocazione democratica e inclusiva dell’Università, minando il suo ruolo di motorino di coesione e sviluppo.
La diminuzione dei finanziamenti pubblici favorisce un’ulteriore privatizzazione e mercato dell’istruzione, riducendo l'accessibilità e la qualità dell’università pubblica.