Una ragazza di 15 anni con gravissima disabilità frequenta la scuola media del suo paese, Zungri, in provincia di Vibo Valentia. Non cammina e non parla, ma si fa capire con reazioni e sorrisi. Non può assumere alimenti per bocca: è nutrita con una sonda gastrica (PEG) che richiede somministrazioni di latte, acqua e farmaci ogni due ore, anche durante le ore di lezione. Eppure a scuola la figura infermieristica necessaria a gestire queste esigenze non risulta attivata: in classe, accanto a Carol, c'è sua madre Rosetta, ogni giorno, al posto del personale sanitario previsto dalla normativa.
È la testimonianza raccontata da Il Vibonese e ripresa da Quotidiano del Sud, Calabria Diretta News e Informacalabria, in una vicenda che la famiglia porta avanti da anni: già nel 2022 il caso di Carol era arrivato alla ribalta nazionale per la questione della gita scolastica. «Non stiamo chiedendo un trattamento di favore», dice Rosetta: «ma quelli che sono i nostri diritti». E ancora: «Non posso esserci sempre io».
Il caso è calabrese, ma fotografa una situazione che si ripete in tutta Italia. E pone una domanda scomoda alla comunità scolastica: quando l'inclusione si blocca, la colpa è davvero della scuola e dei docenti? O è il sistema di competenze intorno alla scuola a non funzionare?
Il caso: una madre in classe al posto dell'infermiere
Come ricostruisce Il Vibonese, la routine di Carol è scandita da orari rigidi: ogni due ore arrivano la nutrizione via PEG, l'idratazione e i farmaci. La madre prepara il latte, sistema il necessario, accompagna la figlia sulla carrozzina fino all'auto attrezzata con pedana che la porta a scuola. Ma quando le somministrazioni cadono durante le lezioni è sempre lei a dover intervenire, perché a scuola non c'è personale infermieristico.
La famiglia non chiede un trattamento eccezionale, ma l'attivazione di ciò che certificazione e normativa già prevedono: personale sanitario che gestisca la PEG e le esigenze quotidiane di Carol, così che la ragazza possa studiare senza dipendere costantemente dalla madre. Gli interlocutori istituzionali sono stati sollecitati più volte, senza risposte. E Rosetta pensa anche agli altri: «Aiutando uno, aiutiamo tutti», dice, riferendosi alle tante famiglie che non hanno la possibilità di seguire un figlio a scuola ogni giorno.
Chi deve garantire l'assistenza a scuola: il riparto di competenze
Il caso consente di mettere a fuoco un aspetto che troppo spesso viene travisato nell'opinione pubblica: l'assistenza a uno studente con disabilità è un sistema a più livelli, in cui la scuola è solo uno degli attori.
- Sostegno didattico: compete all'istituzione scolastica (docente di sostegno, PEI, GLO), secondo la Legge 104/1992 e il D.Lgs. 66/2017 come modificato dal D.Lgs. 96/2019.
- Assistenza sanitaria e infermieristica: rientra nei livelli essenziali di assistenza ed è competenza del Servizio Sanitario Nazionale, quindi delle ASL territoriali, che con il DPCM 185/2006 curano anche certificazione e diagnosi funzionale.
- Assistenza di base (autonomia personale, igiene, spostamenti): compete agli enti locali, Comuni e ambiti territoriali, come chiarito dall'intesa Stato-Regioni in materia.
Le circolari ministeriali hanno più volte confermato che la somministrazione di farmaci e le cure sanitarie a scuola richiedono personale sanitario oppure personale appositamente formato: non sono, e non possono diventare, un obbligo dei docenti. Quando una di queste chiavi non gira — come nel caso dell'infermiere a Zungri — l'intero meccanismo si blocca e la famiglia riempie il vuoto. Con un paradosso: la scuola viene accusata di non fare abbastanza e i docenti di scarsa empatia, mentre il nodo reale sta nella mancata attivazione di prestazioni esterne all'istituzione scolastica.
Il Progetto di Vita: da possibilità burocratica a diritto
Lo strumento che la normativa mette a disposizione delle famiglie è il progetto individuale di vita, che il D.Lgs. 3 maggio 2024, n. 62 — decreto attuativo della riforma della disabilità (legge delega 227/2021), in vigore dal 30 giugno 2024 — ha reso centrale. Non si tratta di una concessione né di un adempimento cartaceo: la prima fondazione risale all'articolo 14 della Legge 328/2000, che definisce il progetto individuale come lo strumento che «raggruppa in un progetto unitario la gamma delle prestazioni» di cui la persona ha bisogno.
Il decreto lo ridefinisce come «progetto individuale, personalizzato e partecipato della persona con disabilità» (art. 2, lett. n) e ne disciplina il procedimento (art. 23): si avvia su richiesta della persona o della famiglia, si costruisce sulla valutazione diagnostico-funzionale multidimensionale e deve concludersi entro novanta giorni, salvo diversa disposizione regionale. Dottrina e giurisprudenza lo considerano un atto dovuto: su richiesta, l'amministrazione ha l'obbligo di elaborarlo.
Per una studentessa come Carol il progetto di vita è esattamente il punto: definisce le figure professionali necessarie alla quotidianità, dentro e fuori la scuola, le prestazioni sanitarie, assistenziali ed educative e quantifica le risorse — il cosiddetto budget di progetto — che ASL, Comune e scuola devono mettere in campo in sinergia. Il PEI, dal canto suo, deve già essere proiettato verso la vita adulta e costruito in coerenza con il progetto individuale, come ricordano le linee guida sull'inclusione.
Una riforma in fase di attuazione, anche in Calabria
Serve onestà sui tempi: la riforma è in fase di sperimentazione, che durerà fino al 31 dicembre 2026, con estensione progressiva alle province — ulteriori 40 dal 1° marzo 2026 — e una procedura telematica INPS operativa dall'agosto 2026 per presentare l'istanza. Ma già oggi, durante la sperimentazione, si può chiedere l'elaborazione del progetto di vita anche nelle province in cui la nuova procedura non è ancora pienamente attiva, come chiarisce il portale governativo della Riforma della Disabilità.
Proprio la Calabria, a giugno 2026, ha approvato le linee di indirizzo regionali sui Progetti di Vita, annunciando l'operatività dell'integrazione sociosanitaria: una cornice che rende ancora più concreta, per la famiglia di Zungri, la richiesta di attivare quanto la legge già prevede.
I numeri: Carol non è un caso isolato
Il report ISTAT sull'inclusione scolastica pubblicato a maggio 2026 e relativo all'anno scolastico 2024/2025 fotografa un sistema sottoposto a forte tensione:
- 377.000 alunni con disabilità, il 4,8% degli iscritti (circa 359.000 l'anno precedente: una crescita costante, quasi un raddoppio in dieci anni);
- 15,8 ore settimanali di sostegno in media per alunno;
- quasi 6 alunni su 10 (59,7%) hanno cambiato docente di sostegno durante l'anno;
- il 37% presenta pluri-disabilità;
- solo il 41% degli edifici scolastici è accessibile e il 31% degli alunni non dispone di ausili didattici adeguati;
- oltre 15.000 studenti con disabilità, secondo l'analisi di Con i bambini di novembre 2025, non ricevono l'assistenza necessaria.
In questo quadro le famiglie che, come quella di Carol, rivendicano il diritto allo studio di un figlio non sono un'eccezione: sono la punta visibile di un sistema che spesso regge solo perché qualcuno — di solito una madre — riempie i vuoti.
Cosa possono fare famiglie e scuole
Per le famiglie la strategia passa da pochi passi concreti: chiedere formalmente al Comune l'avvio del progetto individuale (la richiesta scritta fa decorrere i termini); richiedere all'ASL la valutazione multidimensionale e l'attivazione dell'assistenza sanitaria, infermieristica inclusa; porre il tema nel GLO, perché il PEI documenti le esigenze sanitarie e assistenziali non coperte; in caso di inerzia, i riparti di competenza sono tutelabili dinanzi al giudice amministrativo, come mostrano numerose pronunce sul diritto allo studio.
Per le scuole la linea è altrettanto chiara: non sostituirsi ad ASL e Comuni, ma attivarli con richiesta formale, documentare ogni inadempienza e tenere vivo il raccordo istituzionale — protocolli di intesa, tavoli permanenti — che la normativa già prevede. È anche il modo per restituire ai docenti la loro funzione: fare didattica e inclusione, non fare da infermieri o assistenti per mancanza di alternative.
L'appello
Rosetta conclude il suo racconto con una frase che è già una lezione di cittadinanza: «Aiutando uno, aiutiamo tutti». Se la legge esiste, se i diritti sono sanciti e se gli strumenti — dal sostegno al Progetto di Vita — sono scritti nero su bianco, la domanda da porsi non è se una ragazza possa andare a scuola, ma chi debba farsi carico, concretamente e ciascuno per la propria parte, perché questo accada. La risposta, per legge, non è: «sua madre».
| Elemento chiave | Dettaglio |
|---|---|
| Il caso | Alunna di 15 anni con gravissima disabilità a Zungri (VV), assistenza infermieristica non attivata a scuola |
| La richiesta della famiglia | Personale sanitario per gestione PEG e farmaci, non un trattamento di favore |
| Competenza sanitaria | Assistenza infermieristica: ASL/SSN (DPCM 185/2006, livelli essenziali di assistenza) |
| Competenza assistenziale | Assistenza di base e igiene: Comuni e ambiti territoriali (intesa Stato-Regioni) |
| Strumento ordinistico | Progetto individuale di vita: art. 14 L. 328/2000 e D.Lgs. 62/2024 (termine di 90 giorni) |
| Contesto nazionale | 377.000 alunni con disabilità; oltre 15.000 senza assistenza necessaria (ISTAT; Con i bambini) |
FAQs
Zungri, Carol e il diritto di andare a scuola: assistenza infermieristica mai attivata e Progetto di Vita che la legge già garantisce
L'assistenza sanitaria, inclusa quella infermieristica per nutrizione artificiale e somministrazione di farmaci, è competenza del Servizio Sanitario Nazionale attraverso le ASL territoriali. Non è un compito dei docenti, che non possono essere obbligati a somministrare farmaci o gestire presidi sanitari.
È il progetto «individuale, personalizzato e partecipato» della persona con disabilità introdotto dall'art. 14 della Legge 328/2000 e ridisegnato dal D.Lgs. 62/2024: definisce le prestazioni sanitarie, assistenziali ed educative e le figure professionali necessarie alla vita quotidiana, dentro e fuori la scuola, con il coinvolgimento di ASL, Comune e scuola.
Il procedimento si avvia su richiesta della persona o della famiglia e deve concludersi entro novanta giorni (art. 23 del D.Lgs. 62/2024), salvo diversa disposizione regionale. La fase di sperimentazione dura fino al 31 dicembre 2026, ma la richiesta può già essere presentata in tutte le province.
No. La presenza della famiglia non può sostituire le prestazioni sanitarie e assistenziali di competenza di ASL ed enti locali: accompagna e supporta, ma il diritto all'istruzione dell'alunno non può dipendere dalla disponibilità quotidiana di un genitore.
Attivare formalmente ASL e Comune, documentare le esigenze nel PEI e nel GLO, aggiornare i protocolli di intesa territoriali e segnalare le carenze: l'istituzione scolastica garantisce il sostegno didattico e l'organizzazione, e ha interesse a rendere visibile ciò che compete ad altri enti.