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Orizzonte Insegnanti
Didattica e Metodologie

Danilo Ceraso, dal Bagnino all'UniCal con IA e Mercati Finanziari

Danilo Ceraso accanto alla copertina del suo libro Il vizio di volere di più

Intervista all'autore di «Il vizio di volere di più. Punta molto in alto. Poi impara a salire», il libro che chiede a chi legge chi ha deciso la sua misura.

Danilo Ceraso insegna Artificial Intelligence e Mercati finanziari all'Università della Calabria, dove è anche dottorando. A settembre 2026 ha pubblicato il suo primo libro, Il vizio di volere di più, con un sottotitolo che è già un programma: «Punta molto in alto. Poi impara a salire». Non è un manuale di finanza. È il racconto di come si impara, da ragazzi, a desiderare poco, e di come si può disimparare.

Lo abbiamo letto pensando ai nostri lettori: studenti che devono scegliere, insegnanti che ogni giorno vedono un ragazzo decidere che «quella roba non fa per lui». Poi abbiamo fatto al professore le domande che il libro ci ha lasciato. Questo articolo è firmato da entrambi: la presentazione è nostra, le risposte sono sue.

In breve

  • Il libro non promette «puoi farcela». Promette una cosa più piccola: che non sarai tu il primo a dirti di no. Il limite lo deve trovare la realtà, non la paura.
  • La «misura» si impara presto e non a scuola. La si assorbe a tavola, dalle frasi degli adulti, da ciò che in famiglia sembra possibile. Un dato OCSE citato nel libro lo conferma: in Italia il titolo universitario dei genitori pesa moltissimo su quello dei figli.
  • La formula è doppia. «Sogna senza realismo. Costruisci con un realismo feroce»: il sogno può essere enorme, il primo passo deve essere piccolo e verificabile.
  • Il fallimento è un fatto, non un'identità. «Hai fallito. Non sei un fallito»: vale per un'impresa chiusa come per un esame andato male.
  • L'autore lo ha vissuto. Bagnino, lezioni private, una piattaforma per universitari, un marchio di abbigliamento fallito, poi il dottorato e la cattedra a contratto: la carriera è la prova del metodo.

Chi è Danilo Ceraso: dal bagnino all'università con IA e mercati finanziari

Il libro comincia con una confessione che smonta subito l'immagine del docente: «Facevo il bagnino. Non è l'inizio che immaginavo per un libro sui sogni». Un giorno, in spiaggia, un uomo con un orologio di lusso al polso. E un pensiero che arriva da solo: non «troppo caro», ma «troppo per me». Ceraso è cresciuto in Calabria, in un mondo in cui il sogno che metteva d'accordo tutti era il posto fisso e la parola che chiudeva la storia era «sistemato».

La prima crepa, racconta, l'ha aperta un libro letto da studente, e poi le lezioni private: una competenza che aveva, applicata a un problema che molti avevano, produceva reddito. Intorno a lui la domanda arrivò presto: «ma che diavolo di lavoro è fare lezioni private?». Da quelle lezioni, nel 2018, è nata InSessione.it, una piattaforma di ripetizioni online per studenti universitari, con tutor che hanno già superato lo stesso esame nello stesso ateneo.

Non è andato tutto dritto. Nel libro Ceraso dedica pagine intere a un marchio di abbigliamento premium che ha fondato e che non ha funzionato: tessuti costosi, identità grafica curata, un sito che funzionava e «pochissimi clienti fuori». E a un'idea successiva, un chatbot educativo basato sull'intelligenza artificiale generativa, che non ha costruito perché prima ha parlato con gli studenti e alcuni gli hanno detto no. Due storie che fanno da spina dorsale alla terza parte del libro.

In parallelo c'è la carriera accademica. Ceraso è dottorando in Scienze Economiche e Aziendali all'Università della Calabria (XXXIX ciclo) e insegna, come docente a contratto, Artificial Intelligence e Mercati finanziari al Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche. Le sue ricerche, secondo il suo sito, si muovono su tre linee: intelligenza artificiale e governance pubblica; mercati finanziari e comportamento degli investitori, criptovalute comprese; sostenibilità e finanza, con il rischio climatico.

Le pubblicazioni dicono la stessa cosa in modo più concreto. Con colleghi del suo ateneo ha firmato su Research in International Business and Finance uno studio sul sentiment degli investitori e i movimenti di mercato (2026), uno sulla resistenza al rischio climatico degli ETF ESG europei (2026) e una rassegna dei metodi per misurare i rischi finanziari legati al clima (2025); su International Review of Economics & Finance, un modello di «expected shortfall» climatico (2025).

Nel 2026 esce per Springer la revisione sistematica sull'IA e l'efficienza della pubblica amministrazione. Nel 2025 ha pubblicato un lavoro sulle DAO, le organizzazioni autonome decentralizzate basate su blockchain, e un capitolo sull'etica nelle decisioni di investimento.

Le criptovalute, del resto, lo accompagnano da prima del dottorato: alla Notte dei Ricercatori dell'Unical del settembre 2018 era tra i relatori del convegno «Sistema finanziario, Banche e Bitcoin». Nel marzo 2025 e nel marzo 2026 ha presentato due revisioni sistematiche ai seminari internazionali AIMED dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria, sull'IA nella pubblica amministrazione e sull'IA nella rendicontazione ESG. Il 4 marzo 2025 è intervenuto al webinar Investi Bene di YouFinance su finanza comportamentale e investimenti verdi.

Il filo che tiene insieme il bagnino, il fondatore e il ricercatore è lo stesso che attraversa il libro: capire come funzionano le cose prima di decidere che non sono per noi. «Non devi ripeterti "sono capace". Devi chiederti "come funziona?"», scrive. La prima frase parla di te, la seconda della realtà.

Il libro: tre parti e una sola domanda

Il vizio di volere di più è diviso in tre parti, più un prologo e un epilogo. La domanda che le attraversa è una sola e chiude il prologo: «Chi ha deciso la tua misura?».

La prima parte, «La misura», spiega come si impara a desiderare poco. Non con un divieto, ma con frasi che sembrano descrivere il mondo e invece lo costruiscono: «quella è roba da ricchi», «una come te dovrebbe puntare a qualcosa di sicuro». Ceraso le chiama «cose per gente come noi».

La tesi non è che i limiti esistano solo nella testa: il libro dice con chiarezza che le opportunità non sono uguali e che raccontare il contrario è «una forma elegante di crudeltà». La tesi è un'altra: la distanza reale non ha bisogno di esistere anche quando chiudi gli occhi.

La seconda parte, «Sogna senza realismo», è la più vicina a un libro motivazionale, ma con una differenza di sostanza. La frase centrale non è «puoi farcela». È: «non puoi sapere adesso fin dove arriverai». Il realismo, scrive l'autore, è indispensabile per decidere cosa fare domani mattina ed è quasi inutile per decidere dove guardare nei prossimi vent'anni.

Qui stanno anche il capitolo sul fallimento, «Hai fallito. Non sei un fallito», e un capitolo che allarga la definizione di sogno: anche una sera sul divano con la persona giusta, scrive, è sognare in grande.

La terza parte, «Costruisci con un realismo feroce», è il metodo. La cosa più piccola che permette di scoprire una cosa importante. Il cliente che non è tua madre. Il prezzo da dire senza chiedere scusa. L'amore per il problema invece che per la soluzione. Le seconde possibilità, che nel lavoro esistono quasi sempre e in amore no. E un ultimo capitolo, «Parti», che al Sud ha due significati: andarsene e cominciare. Il libro sceglie il secondo.

Una nota sul metodo di scrittura, che a noi ha colpito: ogni affermazione sociale o economica ha una nota con la fonte, venticinque in tutto, dall'OCSE a Keynes, da Amartya Sen a Luigi Einaudi. I racconti personali restano distinti dagli studi citati, e l'autore lo dichiara. Per un libro di questo genere non è scontato.

Perché parla a studenti e insegnanti

Il libro non è scritto per la scuola, ma la scuola ci entra dalla prima pagina. «Non ce la insegnano a scuola: non c'è una materia chiamata "Quanto puoi desiderare senza sembrare ridicolo"», scrive Ceraso. La misura si impara altrove: ascoltando gli adulti, guardando quali vite vengono celebrate, capendo quali lavori fanno finalmente rilassare i genitori.

Il dato che il libro usa per dirlo viene dal rapporto Education at a Glance 2025 dell'OCSE, su dati del 2023: in Italia, tra i 25-34enni, il 63% di chi ha almeno un genitore laureato arriva a sua volta alla laurea, contro il 15% di chi viene da famiglie in cui i genitori non hanno finito le superiori. «Non basta questo dato a raccontare una vita», commenta l'autore. «Ma basta a distruggere una frase: partiamo tutti uguali».

L'immagine che ne segue è quella dei due tavoli da cucina. Al primo si parla di un amico che ha venduto l'azienda, di investimenti, di rischi. Al secondo il vocabolario è concorso, graduatoria, contratto, pensione. Il bambino del primo tavolo non riceve un'impresa a diciotto anni; riceve qualcosa di meno visibile: la parola impresa non gli sembra fantascienza. Quello del secondo tavolo «può essere più intelligente, più disciplinato, più creativo», ma prima di costruire qualcosa deve compiere un passaggio in più: scoprire che esiste.

Chi insegna riconosce questo passaggio. Lo vede quando un ragazzo bravo sceglie l'indirizzo «sicuro» senza averne guardato altri, quando una ragazza non manda la domanda per un percorso che le sembra «roba da altri», quando uno studente non supera un esame e decide di «non essere portato». Su quest'ultimo punto il libro è netto: «"Non sono capace" chiude. "Non so ancora fare questa cosa" apre. Non è un trucco linguistico per sentirsi meglio. È una descrizione più precisa».

C'è anche una pagina che riguarda direttamente chi lavora nella scuola, perché tocca il posto fisso e il concorso. Ceraso non li attacca. Scrive che il posto fisso «può essere una delle scelte più intelligenti della vita» e che la scena della graduatoria lo commuove più di quanto lo faccia arrabbiare. La domanda che pone è un'altra: che cosa stiamo festeggiando, la scelta di quella persona o la fine dell'incertezza?

«Il posto fisso non è il problema. Il problema è il posto fisso quando non è una scelta». Per un insegnante che il concorso lo ha vinto, o lo sta preparando, è una domanda che vale la pena farsi senza difendersi.

Infine, il ruolo che il libro assegna, senza nominarlo, a chi educa. Ceraso scrive che non serve solo chi crede in te: serve chi riesce «a credere nella tua possibilità e, contemporaneamente, a dirti che quella specifica idea è pessima». La frase che propone, «tu puoi fare cose grandi; questa cosa, però, secondo me non funziona per tre motivi», protegge l'ambizione e attacca la soluzione. È, parola per parola, il lavoro di un buon insegnante.

C'è poi la frase che vorrebbe avessimo il coraggio di dire ai ragazzi: «la prima volta che entri in un mondo nuovo puoi sentirti fuori posto senza che questo significhi che sei nel posto sbagliato. A volte significa semplicemente che è la prima volta».

La parola a Danilo Ceraso: «Non decidiamo troppo presto quanto lontano potranno arrivare»

Da qui in poi scrive il professor Ceraso. Gli abbiamo chiesto da dove nasce la sua ambizione e che cosa del libro vorrebbe lasciare a chi insegna.

Dal desiderio di dimostrare qualcosa a chi considerava certe strade troppo difficili, troppo insolite o semplicemente poco adatte a me.

La rivalsa può essere una forza straordinaria. Ma ha un limite: se vivi per dimostrare qualcosa agli altri, rischi di lasciare che siano proprio gli altri a decidere cosa debba significare il tuo successo.

A un certo punto bisogna cambiare domanda. Non più «cosa voglio che vedano gli altri?», ma «cosa voglio scoprire io?».

Credo che la maturità dell'ambizione cominci proprio qui. E credo anche che dovremmo recuperare una definizione più umana del successo.

Sognare in grande non significa necessariamente diventare ricchi, costruire un'azienda internazionale o ottenere riconoscimenti prestigiosi. Può significare insegnare, dedicarsi alla ricerca, crescere una famiglia, restare nel proprio territorio o costruire una vita semplice con le persone che amiamo.

La grandezza di un sogno non dovrebbe essere misurata dal numero di persone che riuscirà a impressionare. Dovrebbe dipendere dal valore che quel sogno ha per chi lo vive.

Agli insegnanti: non decidiamo troppo presto quanto lontano potranno arrivare

Se dovessi indicare un messaggio del libro che considero particolarmente importante per il mondo dell'istruzione, sarebbe questo: non dobbiamo confondere l'umiltà con la rinuncia preventiva.

L'umiltà è fondamentale quando impariamo. Quando riconosciamo di non sapere, accettiamo una correzione o incontriamo qualcuno che possiede competenze superiori alle nostre. Ma diventa pericolosa quando ci convince che alcune possibilità non meritino nemmeno di essere esplorate.

Per questo credo che il compito educativo non sia quello di produrre una generazione convinta di poter diventare qualsiasi cosa. Sarebbe una promessa impossibile da mantenere e profondamente ingiusta verso chi incontra ostacoli che non dipendono soltanto dalla propria volontà.

Il compito, semmai, è aiutare i giovani a conoscere meglio la realtà senza trasformare troppo presto quella realtà in un confine definitivo. Offrire strumenti, ampliare gli orizzonti, insegnare il rigore e la responsabilità. Ma lasciare aperta la possibilità di sorprendersi.

Perché un ragazzo di sedici o diciotto anni non conosce ancora tutte le proprie capacità. Non sa quali passioni scoprirà, quali errori commetterà, quali persone incontrerà e quali strade riuscirà a costruire. E noi adulti, per quanto preparati e animati dalle migliori intenzioni, non lo sappiamo molto più di lui.

Forse educare significa anche accettare questa incertezza. Non dire a uno studente che sicuramente ce la farà. Ma neppure convincerlo che non sia il caso di provarci.

Perché il fallimento più difficile da riconoscere, a volte, non è quello di chi ha tentato e non è riuscito. È quello di chi ha rinunciato senza aver mai scoperto se il proprio limite fosse reale.

Ed è questa la riflessione che vorrei lasciare a chi insegna, a chi studia e a chi, indipendentemente dall'età, continua a domandarsi quale sia il proprio posto nel mondo.

Non possiamo garantire ai ragazzi che realizzeranno tutti i loro sogni. Possiamo però evitare di insegnare loro a ridimensionarli prima ancora di aver cominciato.

Il futuro avrà già abbastanza occasioni per metterli alla prova. Non serve che siamo noi a chiudere loro la porta.

Danilo Ceraso

L'intervista: le nostre domande, le sue risposte

Le domande sono della redazione di Orizzonte Insegnanti; le risposte sono del professor Danilo Ceraso, riportate parola per parola.

Professore, il libro comincia con un bagnino e un orologio. Che cosa è successo tra quel pomeriggio e la prima lezione in un'aula universitaria?

Tra quel pomeriggio e la prima lezione in un'aula universitaria è cambiata soprattutto la consapevolezza dei miei limiti. Da ragazzo non avrei mai immaginato di ritrovarmi dall'altra parte di una cattedra. Eppure è successo. Credo che la vita abbia questa straordinaria capacità di portarci dove non avevamo nemmeno pensato di poter arrivare. Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. E forse proprio per questo dovremmo avere meno fretta di decidere ciò che non potremo mai diventare.

Lei scrive che la misura «non ce la insegnano a scuola». La scuola può almeno disinsegnarla?

Credo moltissimo nel ruolo della scuola, perché dopo la famiglia è forse il luogo che più di ogni altro contribuisce a formare ciò che diventeremo. Ma la scuola, oltre a trasmettere cultura e valori, dovrebbe avere anche il coraggio di insegnare ai ragazzi a sognare.

Raccontare storie di chi ce l'ha fatta, mostrare possibilità che non conoscevano, aiutarli a scoprire potenzialità che nemmeno immaginavano di possedere. Perché a volte un insegnante non cambia soltanto ciò che uno studente sa. Cambia ciò che quello studente crede di poter diventare.

Molti nostri lettori hanno vinto un concorso o lo stanno preparando. Lei distingue il posto fisso scelto dal posto fisso subito. Come si capisce da che parte si sta?

Credo che la differenza stia nella consapevolezza. Se il posto fisso rispecchia le tue aspirazioni, hai fatto una scelta bellissima. La sicurezza economica è importante, soprattutto per chi conosce il valore dei sacrifici. Ma se ogni mattina ti alzi, vai a lavorare, hai uno stipendio che ti permette di vivere serenamente e, nonostante tutto, continui a sognare un'altra vita, forse dovresti ascoltare quella voce. Perché essere al sicuro non significa necessariamente sentirsi realizzati.

Uno studente non passa un esame e decide di «non essere portato». Che cosa dovrebbe dirgli un insegnante, con le parole del suo libro?

Credo che dovremmo insegnare ai ragazzi che il fallimento è parte del processo di crescita. Una bocciatura può evidenziare una lacuna, un metodo di studio sbagliato o qualcosa che non abbiamo ancora compreso. Non dobbiamo ignorare gli errori, ma imparare a riconoscerli, correggerli e riprovarci. È così che anche un insuccesso può avvicinarci a un risultato importante.

Ma soprattutto vorrei che ogni studente comprendesse una cosa: una bocciatura può dirti cosa non hai ancora imparato, non potrà mai dirti chi sei.

Ha raccontato un marchio di abbigliamento fallito e un chatbot educativo mai costruito. Qual è la differenza tra i due errori, e quale dei due consiglierebbe a un ragazzo?

Viviamo in un'epoca in cui le informazioni sono accessibili a tutti e costruire un prodotto è diventato relativamente semplice. Ma avere una buona idea non significa necessariamente avere un mercato. Con il marchio di abbigliamento l'ho capito troppo tardi; con il chatbot educativo ho imparato ad ascoltare prima di costruire.

A un ragazzo direi: sogna in grande, ma non innamorarti mai della tua idea. Confrontati, ascolta, mettiti in discussione. Perché alla fine non conta quanto tu creda in un progetto, ma quanto valore quel progetto riesca a creare per gli altri.

Insegna intelligenza artificiale e mercati finanziari. Gli studenti le dissero che da un'IA volevano risparmiare tempo, non imparare meglio. Oggi, con l'IA in ogni zaino, che cosa direbbe a un docente che teme proprio questo?

Credo fermamente nelle straordinarie potenzialità dell'intelligenza artificiale, ma non nascondo una certa preoccupazione. Per una generazione che cresce con risposte sempre disponibili, il rischio è smettere di porsi domande, di dubitare, di sviluppare un pensiero critico.

Ed è proprio qui che la scuola assume un ruolo ancora più importante: insegnare ai ragazzi a utilizzare l'IA per ampliare le proprie capacità, non per sostituirle. Perché la tecnologia può aiutarci a trovare una risposta, ma dobbiamo continuare a essere noi a comprenderla e giudicarla. Il vero rischio non è che le macchine imparino a pensare come noi, ma che noi smettiamo di farlo.

La rivalsa, «ve lo farò vedere», nel libro è un carburante da usare per partire e da spegnere dopo. Un adolescente ne ha tanta. Come si aiuta a non farsene guidare?

Credo che la prima cosa sia non vergognarsi della rivalsa. A volte nasce da una ferita, da qualcuno che non ha creduto in noi, dal desiderio di dimostrare ciò che valiamo. Io stesso ho conosciuto quella sensazione. Ma se costruisci la tua vita soltanto per impressionare qualcuno, rischi di lasciare che siano gli altri a decidere cosa debba significare il tuo successo. E spesso ci dimentichiamo che alcune delle cose più grandi che possiamo desiderare non hanno niente di spettacolare.

Per questo credo sia importante aiutare i ragazzi a cambiare prospettiva: passare dal «ve lo farò vedere» al «voglio vedere io». Scoprire fin dove possono arrivare, non per ottenere l'approvazione degli altri, ma per il desiderio autentico di conoscere le proprie possibilità.

«Partire», al Sud, vuol dire andarsene. Lei insegna in Calabria. Che cosa dice a uno studente che pensa che qui non si possa?

A un giovane calabrese direi innanzitutto di non confondere i limiti del proprio territorio con i propri limiti personali. Non abbiamo meno talento o meno potenzialità di chi nasce altrove, anche se spesso incontriamo meno opportunità. La Calabria ha difficoltà reali, ma anche enormi possibilità ancora da esplorare.

Si può restare, fare impresa, partire per imparare e magari tornare per mettere a disposizione ciò che si è appreso. Ma nessuna di queste strade deve diventare un obbligo. Perché le nostre radici dovrebbero darci la forza di crescere, non stabilire fin dove possiamo arrivare. La vera conquista è poter scegliere liberamente dove e come costruire la propria vita.

L'ultima domanda del libro è «quale sogno hai già ridimensionato senza nemmeno provarci?». Qual è stata la sua risposta, scrivendolo?

Credo che la risposta più difficile sia stata riconoscere quante volte avevo lasciato che fosse lo sguardo degli altri a stabilire la grandezza dei miei desideri. Non credo di aver risolto definitivamente questo conflitto. Ci sono giorni in cui continuo a cercare conferme, a confrontarmi con gli altri, a chiedermi se sto facendo abbastanza.

E scrivere questo libro è stato, a suo modo, un tentativo di mettere alla prova un altro desiderio: raccontare qualcosa che andasse oltre il mio lavoro, la ricerca, i numeri e i risultati. Non so se queste pagine cambieranno la vita di qualcuno, sarebbe presuntuoso affermarlo. Mi piacerebbe però che almeno un ragazzo, leggendole, iniziasse a dubitare di quella frase che forse ripete da anni: «non è roba per me».

Non vorrei convincerlo che sicuramente ce la farà. Vorrei soltanto che non fosse lui il primo a dirsi di no. Perché l'umiltà è fondamentale davanti a ciò che non sappiamo, agli errori e alle persone da cui possiamo imparare. Ma non dovrebbe mai diventare una ragione per rinunciare in anticipo a ciò che desideriamo.

Cinque frasi da portare in classe

Il libro è pieno di coppie di frasi: una che chiude e una che apre. Le abbiamo raccolte perché si prestano a un'ora di lezione, a un colloquio di orientamento o a una riunione con i genitori. Sono tutte nel testo, con il capitolo in cui si trovano.

Le coppie di frasi del libro, da usare con studenti e famiglie
La frase che chiude La frase che apre Dove usarla
«Non sono capace»«Non so ancora fare questa cosa» (cap. 6)Dopo una verifica o un esame andati male
«Sono un fallito»«Che cosa, precisamente, non ha funzionato?» (cap. 6)Colloquio individuale, correzione di un progetto
«Non è roba per gente come noi»«Come funziona?» (capp. 1 e 3)Orientamento, scelta dell'università o del lavoro
«Ve lo farò vedere»«Voglio vedere io» (cap. 4 ed epilogo)Con chi studia solo per dimostrare qualcosa a qualcuno
«Se lo faccio, lo faccio bene» (e quindi non parto)«Qual è la cosa più piccola che posso testare?» (cap. 8)Progetti di classe, PCTO, prime idee d'impresa

Un esercizio che il libro propone e che non richiede nulla: pensare a cinque professioni o vite che a quindici anni si consideravano realistiche per sé, e a cinque che allora sarebbero finite tra la «roba da altri». Poi guardare il confine. «È probabile che quel confine non seguisse esattamente il tuo talento. Seguiva ciò che conoscevi». In una classe quinta, fatto per iscritto e senza nomi, dice molto sia agli studenti sia a chi li orienta.

Scheda del libro

  • Titolo: Il vizio di volere di più. Punta molto in alto. Poi impara a salire.
  • Autore: Danilo Ceraso
  • Sito dell'autore: daniloceraso.com
  • Prima edizione: settembre 2026, autopubblicato; disponibile su Amazon in eBook Kindle e in brossura
  • Struttura: prologo, tre parti («La misura», «Sogna senza realismo», «Costruisci con un realismo feroce»), tredici capitoli, epilogo, note e fonti
  • Per chi: studenti degli ultimi anni e universitari, insegnanti e orientatori, chiunque abbia una strada che «non compare sulla mappa»
  • Il risultato di lancio: secondo l'autore, primo posto in tre classifiche Kindle (Successo, Trasformazione personale, Impresa e strategia) e più di 400 copie ordinate nelle prime settimane

Gli autori

Danilo Ceraso è docente a contratto di Artificial Intelligence e Mercati finanziari al Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche dell'Università della Calabria e dottorando in Scienze Economiche e Aziendali nello stesso ateneo. Si occupa di intelligenza artificiale e governance pubblica, di comportamento degli investitori, criptovalute e finanza sostenibile; ha pubblicato, tra l'altro, su Research in International Business and Finance e International Review of Economics & Finance. Nel 2018 ha fondato InSessione.it, piattaforma di lezioni online per studenti universitari. Il vizio di volere di più (2026) è il suo primo libro. Sito: daniloceraso.com · Profilo LinkedIn.

Francesco Silvaggio è docente dal 2015, specializzato sul sostegno, e progettista di piattaforme digitali, automazioni e sistemi di IA applicata. Sviluppatore web e di sistemi di IA agentica, ama definirsi soprattutto un facilitatore dell'innovazione attraverso l'intelligenza artificiale. Il suo percorso unisce l'esperienza nell'inclusione scolastica con lo sviluppo software, l'architettura dei dati e la tutela della privacy.

Progetta ecosistemi digitali e soluzioni di IA su misura per imprenditori, professionisti di diversi settori, aziende, pubbliche amministrazioni e scuole, basate su API oppure in locale e private, integrando architetture RAG, database vettoriali e fine-tuning di modelli, con l'obiettivo di semplificare i processi, ottimizzare il lavoro e rendere la tecnologia davvero utile e accessibile. Il principio è semplice: governare l'IA, senza farsi governare da essa. Profilo LinkedIn.

Trasparenza. Questo articolo è scritto a quattro mani: la presentazione del libro e della carriera è della redazione di Orizzonte Insegnanti; la sezione «La parola a Danilo Ceraso» e le risposte dell'intervista sono del professor Ceraso. Nessun compenso è stato ricevuto per la pubblicazione e il libro è stato letto per intero prima di scrivere.

Domande frequenti su «Il vizio di volere di più»

Di che cosa parla «Il vizio di volere di più» di Danilo Ceraso?

Di come si impara, da ragazzi, a desiderare poco e di come si può smettere. Il libro è diviso in tre parti: la «misura» ereditata dalla famiglia e dall'ambiente, il permesso di sognare senza realismo, e il metodo per costruire con «un realismo feroce», a piccoli passi verificabili. L'autore racconta anche i propri fallimenti e la propria carriera.

Chi è Danilo Ceraso?

È docente a contratto di Artificial Intelligence e Mercati finanziari al Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche dell'Università della Calabria e dottorando in Scienze Economiche e Aziendali, con pubblicazioni su sentiment degli investitori, rischio climatico e IA nella pubblica amministrazione. Ha fondato nel 2018 InSessione.it, piattaforma di lezioni online per universitari. Prima, come racconta nel libro, ha fatto il bagnino e dato lezioni private. Il libro, uscito a settembre 2026, è il suo primo.

È un libro motivazionale nel senso classico?

Solo in parte. Non dice «puoi farcela» e lo scrive esplicitamente: la promessa è «che non sarai tu il primo a dirti di no». Riconosce che le opportunità non sono uguali e cita gli studi che lo mostrano, come il rapporto OCSE Education at a Glance 2025. La differenza con un libro motivazionale sta nelle venticinque note con le fonti e nei fallimenti raccontati senza lieto fine.

Perché può essere utile a un insegnante?

Perché descrive un meccanismo che chi insegna vede ogni giorno: lo studente che decide in anticipo che una strada «non è per gente come lui». Il libro offre frasi concrete per rispondere, come la differenza tra «non sono capace» e «non so ancora fare questa cosa», e un esercizio sulle cinque vite considerate possibili a quindici anni, adatto all'orientamento.

Il libro è contro il posto fisso?

No. L'autore scrive che un lavoro stabile «può essere una delle scelte più intelligenti della vita» e che la scena della graduatoria di un concorso lo commuove. La sua critica riguarda solo il posto fisso che non è una scelta ma l'unica strada considerata rispettabile: «il problema è il posto fisso quando non è una scelta».

Fonti consultate

Redazione Orizzonte Insegnanti
L'autore

Docente specializzato sul sostegno, progettista di piattaforme digitali e sviluppatore di sistemi di IA applicata

Francesco Silvaggio è docente dal 2015, specializzato sul sostegno, e progettista di piattaforme digitali, automazioni e sistemi di IA applicata. Unisce l'esperienza nell'inclusione scolastica con lo sviluppo software, l'architettura dei dati e la tutela della privacy. Progetta ecosistemi digitali e soluzioni di IA su misura, basate su API o in locale, per scuole, pubbliche amministrazioni, professionisti e imprese. Il principio è semplice: governare l'IA, senza farsi governare da essa.

La preparazione può includere ricerca web e strumenti di intelligenza artificiale. Applichiamo controlli automatici su fonti, coerenza e originalità; i casi dubbi vengono fermati per revisione prima della pubblicazione.

Pubblicato dalla Redazione Orizzonte Insegnanti LinkedIn

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